ATECO 47.91.10 nel 2026: costi fissi, INPS, tasse e nuovo significato

Di cosa parleremo

Quanto costa mantenere una Partita IVA con codice ATECO 47.91.10?

Prima di parlare di contributi INPS, tasse e costi annuali bisogna chiarire un aspetto fondamentale: dal 2025 il codice ATECO 47.91.10 non identifica più genericamente il commercio elettronico.

Con l’introduzione della classificazione ATECO 2025, operativa dal 1° aprile 2025, il codice 47.91.10 identifica:

“Attività di servizi di intermediazione per il commercio al dettaglio non specializzato di articoli di seconda mano”.

La classificazione ATECO 2025 è quella attualmente utilizzata anche nel 2026. L’aggiornamento pubblicato dall’ISTAT nel 2026 non ha modificato la struttura o la descrizione dei codici.

Questo significa che chi apre oggi un e-commerce non deve automaticamente utilizzare il 47.91.10.

Vediamo quindi a chi appartiene realmente questo codice nel 2026, quali sono i suoi costi fissi e quanto si può pagare concretamente tra INPS e imposta sostitutiva.

Cosa significa il codice ATECO 47.91.10 nel 2026?

Secondo la classificazione ufficiale ATECO 2025, il 47.91.10 riguarda le attività di intermediazione nel commercio al dettaglio non specializzato di beni di seconda mano.

Il concetto importante è quello di intermediazione.

L’attività mette in relazione venditore e acquirente e percepisce un compenso o una commissione, senza necessariamente acquistare e diventare proprietaria dei prodotti venduti.

Rientrano quindi in questo ambito attività molto diverse dal classico negozio online che acquista prodotti e li rivende ai clienti.

Attenzione: il 47.91.10 non è più il codice generico dell’e-commerce

Questa è probabilmente la fonte principale di confusione.

Con la precedente classificazione ATECO, il codice 47.91.10 identificava il:

“Commercio al dettaglio di qualsiasi tipo di prodotto effettuato via internet”.

Per anni è stato quindi il codice associato quasi automaticamente all’apertura di un e-commerce.

Con ATECO 2025 questa impostazione è cambiata.

L’ISTAT ha infatti eliminato, per gran parte del commercio al dettaglio, la classificazione basata semplicemente sul canale di vendita.

Oggi assume molta più importanza che cosa viene venduto, anziché il fatto che il prodotto venga venduto in un negozio fisico o attraverso internet.

Ho un e-commerce: devo utilizzare ATECO 47.91.10?

Non necessariamente.

Anzi, nella maggior parte dei normali e-commerce che vendono prodotti propri al consumatore finale, il nuovo 47.91.10 non sarà il codice corretto.

Se acquisti merce e successivamente la rivendi tramite il tuo sito, Amazon, eBay o un’altra piattaforma, il codice ATECO deve essere individuato soprattutto sulla base della tipologia di prodotto commercializzato.

Ad esempio, saranno differenti le classificazioni per chi vende:

  • abbigliamento;
  • cosmetici;
  • prodotti alimentari;
  • mobili;
  • prodotti informatici;
  • giocattoli;
  • ferramenta;
  • articoli per la casa.

Se invece gestisci un’attività che intermedia venditori e compratori senza assumere la proprietà dei beni e percepisci una commissione sulla transazione, possono entrare in gioco i codici appartenenti al gruppo 47.9.

In particolare, il 47.91.10 riguarda articoli di seconda mano, mentre il 47.91.20 riguarda l’intermediazione non specializzata di prodotti nuovi.

Avevo già il codice 47.91.10 per il mio e-commerce: cosa succede?

Non significa che devi autonomamente modificare la tua Partita IVA scegliendo un nuovo codice a caso.

La nuova classificazione ATECO 2025 è entrata in vigore il 1° gennaio 2025 ed è stata adottata operativamente dal 1° aprile 2025.

Per le attività già esistenti è quindi opportuno controllare:

  • la propria visura camerale aggiornata;
  • il codice ATECO attribuito dopo la riclassificazione;
  • la descrizione dell’attività effettivamente esercitata;
  • l’eventuale presenza di più codici attività.

Il vecchio codice utilizzato per la vendita online può infatti essere stato ricondotto a differenti codici ATECO 2025 in funzione dei prodotti commercializzati.

La domanda corretta, oggi, non è più semplicemente:

“Vendo online?”

ma:

“Che cosa vendo e qual è concretamente il mio modello di attività?”

Quali sono i costi fissi della Partita IVA con ATECO 47.91.10?

Se l’attività viene esercitata come impresa individuale commerciale e comporta l’iscrizione alla Gestione Commercianti INPS, il costo principale è rappresentato dai contributi previdenziali.

Possiamo dividere i costi in tre categorie.

Costi obbligatori o normalmente necessari

Sono principalmente:

  • contributi INPS Gestione Commercianti;
  • diritto annuale della Camera di Commercio, quando dovuto in relazione all’iscrizione al Registro delle Imprese.

Costi fiscali variabili

Rientra qui soprattutto:

  • imposta sostitutiva del regime forfettario, pari normalmente al 15% oppure al 5% quando vengono rispettate le condizioni previste per le nuove attività.

Non è corretto considerarla un costo fisso, perché dipende dal reddito imponibile.

Costi organizzativi

Possono comprendere:

  • commercialista o servizio fiscale;
  • PEC;
  • firma digitale;
  • conto corrente;
  • software di fatturazione;
  • software gestionali;
  • sito web;
  • dominio e hosting;
  • commissioni delle piattaforme;
  • strumenti di pagamento;
  • eventuali servizi logistici.

Questi importi non hanno un costo fiscale standard: dipendono dai fornitori e dalle esigenze della singola attività.

Quanto si paga di INPS con ATECO 47.91.10 nel 2026?

Per il 2026 l’INPS ha fissato per i commercianti un’aliquota complessiva del 24,48%.

Questa è composta dall’aliquota previdenziale ordinaria e dalla contribuzione aggiuntiva prevista per gli esercenti attività commerciali. È inoltre dovuto il contributo per maternità di 0,62 euro mensili.

Un elemento particolarmente importante della Gestione Commercianti è la presenza di un reddito minimale.

Questo significa che esiste una contribuzione minima dovuta anche quando il reddito prodotto dall’impresa è molto basso.

Per il 2026 il minimale di reddito è pari a 18.808 euro.

Per un commerciante adulto iscritto per l’intero anno, il contributo minimo è quindi indicativamente:

4.611,64 euro all’anno.

Non significa che chi fattura 18.808 euro debba versare il 24,48% del proprio fatturato.

Il calcolo INPS avviene sul reddito imponibile previdenziale, secondo le regole applicabili alla propria posizione.

Se il reddito supera il minimale, oltre ai contributi minimi vengono versati contributi sulla parte eccedente. L’INPS conferma infatti che, per i commercianti, il contributo minimo è dovuto anche quando il reddito effettivo è inferiore al minimale.

Devo pagare l’INPS anche se non fatturo nulla?

Questo è uno dei punti più importanti per chi apre un’attività commerciale.

Se sei regolarmente iscritto alla Gestione Commercianti e l’attività rimane attiva per l’intero anno, in linea generale la contribuzione minima è dovuta anche se:

  • non hai clienti;
  • non realizzi vendite;
  • il reddito è molto basso;
  • chiudi l’anno in perdita dal punto di vista economico.

È proprio questa caratteristica che distingue la Gestione Commercianti da altri sistemi previdenziali nei quali la contribuzione è esclusivamente proporzionale al reddito prodotto.

Per questo motivo, prima di aprire una Partita IVA commerciale, bisogna valutare non soltanto quanto si pensa di fatturare, ma anche quanto costa mantenere attiva la posizione.

Quando si pagano i contributi INPS commercianti nel 2026?

Il contributo minimo viene normalmente suddiviso in quattro rate.

Per il 2026, l’INPS indica le seguenti scadenze:

  • 18 maggio 2026;
  • 20 agosto 2026;
  • 17 novembre 2026;
  • 16 febbraio 2027.

Gli eventuali contributi dovuti sul reddito eccedente il minimale seguono invece il sistema di saldo e acconto.

Questo è un aspetto da considerare nella gestione della liquidità: i contributi non vengono trattenuti automaticamente ogni mese, quindi è opportuno accantonare progressivamente una quota degli incassi.

È possibile ridurre i contributi INPS del 35%?

Sì.

I contribuenti in regime forfettario che esercitano attività d’impresa e sono iscritti alla Gestione Artigiani o Commercianti possono, in presenza dei requisiti richiesti, accedere al regime contributivo agevolato.

L’agevolazione riduce del 35% la contribuzione dovuta.

Prendendo come riferimento un contributo minimo ordinario di circa 4.611,64 euro, con la riduzione del 35% si arriva indicativamente a:

2.997,57 euro.

Si tratta di una differenza di circa:

1.614 euro all’anno.

La riduzione non va però interpretata semplicemente come uno “sconto”.

Versare meno contributi può incidere anche sulla contribuzione utile ai fini pensionistici, quindi la scelta deve essere valutata nel quadro complessivo della propria posizione previdenziale.

Attenzione alla riduzione INPS del 50%

Si sente parlare anche di una riduzione del 50% dei contributi per artigiani e commercianti.

È importante non confonderla con la riduzione ordinaria del 35% prevista per il regime forfettario.

La misura del 50% introdotta dalla Legge di Bilancio 2025 riguarda i soggetti che hanno avviato l’attività nel 2025 e si sono iscritti per la prima volta nel 2025 alla Gestione Artigiani o Commercianti.

La durata prevista è di 36 mesi.

Di conseguenza, chi ha ottenuto l’agevolazione nel 2025 può continuare a beneficiarne nel 2026 secondo le relative condizioni, ma non si tratta di una riduzione generalizzata per chi apre una nuova attività nel 2026.

Quanto costa la Camera di Commercio?

Chi esercita attività d’impresa deve considerare anche il diritto annuale camerale.

Non è però corretto indicare un unico importo valido in qualsiasi situazione.

Gli importi possono dipendere da:

  • Camera di Commercio competente;
  • sezione del Registro delle Imprese;
  • eventuali maggiorazioni autorizzate;
  • presenza di unità locali.

Come riferimento, nel 2026 alcune Camere applicano per l’impresa individuale iscritta in sezione speciale un diritto base di 44 euro, mentre altre, in presenza della maggiorazione del 20%, arrivano a 52,80 euro, normalmente arrotondati a 53 euro.

È quindi opportuno verificare l’importo previsto dalla Camera di Commercio territorialmente competente.

Quanto si paga di tasse nel regime forfettario?

Nel regime forfettario le imposte non vengono calcolate sottraendo dai ricavi tutte le spese effettivamente sostenute.

Si applica invece un coefficiente di redditività.

La Legge 190/2014 stabilisce che il reddito imponibile venga determinato applicando ai ricavi o compensi il coefficiente previsto per il gruppo di attività.

Per le attività commerciali interessate, il riferimento utilizzato ai fini del regime forfettario porta normalmente a un coefficiente di redditività del 40%.

Inoltre, dopo il passaggio ad ATECO 2025, il legislatore ha previsto che, fino all’approvazione dei nuovi coefficienti specificamente elaborati sulla nuova classificazione, continuino a essere utilizzati i coefficienti collegati alla precedente classificazione ATECO.

Esempio con 30.000 euro di ricavi

Supponiamo:

Ricavi: 30.000 euro

Coefficiente di redditività: 40%

Il reddito forfettario sarà:

30.000 × 40% = 12.000 euro

Da questo importo possono essere dedotti i contributi previdenziali obbligatori versati.

La Legge 190/2014 prevede espressamente la deducibilità dei contributi previdenziali dal reddito determinato forfettariamente.

Ipotizzando contributi INPS pari a 4.611,64 euro:

12.000 − 4.611,64 = 7.388,36 euro

Con imposta sostitutiva al 15%:

7.388,36 × 15% = circa 1.108,25 euro

Il costo complessivo teorico tra contributi minimi e imposta diventerebbe quindi:

4.611,64 + 1.108,25 = circa 5.719,89 euro

Se fossero presenti i requisiti per l’imposta sostitutiva al 5%, l’imposta sarebbe invece di circa:

369,42 euro.

Simulazione dei costi con diversi livelli di fatturato

Per capire meglio il meccanismo possiamo fare alcune simulazioni indicative.

Ricavi annuiReddito al 40%INPS indicativa*Imposta 15% indicativa*
0 €0 €4.611,64 €0 €
15.000 €6.000 €4.611,64 €circa 208 €
30.000 €12.000 €4.611,64 €circa 1.108 €
50.000 €20.000 €circa 4.903 €circa 2.264 €
85.000 €34.000 €circa 8.331 €circa 3.850 €

*Esempi puramente indicativi riferiti a un commerciante adulto, attività per l’intero anno, assenza di ulteriori agevolazioni e applicazione dell’aliquota sostitutiva del 15%. Gli importi effettivi possono variare in funzione della posizione previdenziale, delle agevolazioni, dei versamenti effettuati e di altre condizioni personali.

La tabella evidenzia un aspetto fondamentale:

INPS e imposta sostitutiva non crescono nello stesso modo.

La contribuzione minima rappresenta la parte più pesante quando il fatturato è basso.

Con l’aumento del reddito, invece, iniziano ad assumere maggiore importanza sia i contributi sulla quota eccedente il minimale sia l’imposta sostitutiva.

Cosa succede con la riduzione INPS del 35%?

Utilizzando nuovamente l’esempio dei 30.000 euro di ricavi:

Reddito forfettario: 12.000 euro

INPS ordinaria indicativa: 4.611,64 euro

INPS con riduzione del 35%: circa 2.997,57 euro

La base imponibile fiscale diventerebbe:

12.000 − 2.997,57 = 9.002,43 euro

L’imposta sostitutiva al 15% sarebbe:

circa 1.350,36 euro

Totale teorico:

2.997,57 + 1.350,36 = circa 4.347,93 euro

Può sembrare strano che diminuendo l’INPS aumenti leggermente l’imposta.

La spiegazione è semplice: i contributi previdenziali versati sono deducibili dal reddito forfettario.

Se versi meno contributi, hai una deduzione minore e quindi una base imponibile fiscale leggermente più alta.

Il risparmio complessivo resta comunque significativo.

Quanto costa realmente mantenere aperta questa Partita IVA?

È utile distinguere tra costo minimo teorico e costo reale dell’attività.

Se l’impresa è iscritta alla Gestione Commercianti per tutto l’anno, il principale costo obbligatorio può essere rappresentato dai circa:

4.611,64 euro di contributi INPS minimi nel 2026

a cui aggiungere:

  • diritto camerale;
  • eventuali costi amministrativi;
  • eventuali software;
  • eventuale consulenza fiscale;
  • PEC e firma digitale;
  • servizi bancari;
  • sito web e piattaforme utilizzate.

L’imposta sostitutiva dipende invece dal reddito prodotto.

Per questo motivo non è corretto dire che una Partita IVA con questo codice “costa X euro all’anno” senza conoscere almeno:

  • ricavi;
  • durata dell’attività nell’anno;
  • posizione previdenziale;
  • eventuale riduzione INPS;
  • aliquota sostitutiva applicabile;
  • altre attività eventualmente esercitate.

Qual è il costo se fatturo zero?

Supponiamo che l’impresa rimanga aperta e regolarmente iscritta alla Gestione Commercianti per tutto il 2026 ma non generi ricavi.

In questo scenario:

Ricavi: 0 euro
Reddito forfettario: 0 euro
Imposta sostitutiva: 0 euro

Restano però, in linea generale, i contributi minimi INPS collegati all’iscrizione alla Gestione Commercianti, oltre agli altri eventuali costi amministrativi dell’impresa.

È uno dei motivi per cui chi sta valutando l’apertura di un’attività commerciale dovrebbe effettuare una previsione prudenziale prima di avviare la Partita IVA.

Commercialista, fatturazione elettronica e altri costi

Oltre ai costi fiscali e previdenziali esistono costi che dipendono dall’organizzazione scelta.

Commercialista

Non esiste una tariffa obbligatoria.

Il costo può cambiare notevolmente in funzione di:

  • numero di operazioni;
  • servizi inclusi;
  • assistenza richiesta;
  • gestione degli adempimenti;
  • presenza di dipendenti o collaboratori.

Fatturazione elettronica

I contribuenti forfettari sono soggetti agli obblighi di fatturazione elettronica previsti dalla normativa vigente.

È possibile utilizzare strumenti gratuiti messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate oppure software commerciali.

Il costo può quindi andare da zero a diverse decine o centinaia di euro all’anno, a seconda della soluzione scelta.

PEC

Per l’impresa è necessario disporre di un domicilio digitale secondo gli obblighi previsti per l’iscrizione al Registro delle Imprese.

Il costo dipende dal provider scelto.

Conto corrente

Non esiste un unico costo standard.

A seconda dell’istituto bancario è possibile trovare conti gratuiti oppure prodotti business con canone mensile.

Sito e piattaforme

Per un’attività digitale bisogna inoltre considerare eventuali:

  • hosting;
  • dominio;
  • CMS;
  • piattaforme marketplace;
  • gateway di pagamento;
  • servizi di spedizione;
  • software di gestione;
  • campagne pubblicitarie.

Questi non sono però “costi fissi fiscali della Partita IVA”: sono costi operativi dell’attività.

Quali sono quindi i veri costi fissi?

Per evitare confusione possiamo riassumere così.

Contributi INPS

Sono normalmente il costo fisso più importante per un commerciante iscritto alla relativa gestione.

Nel 2026 il minimo annuale per un titolare adulto, in assenza di agevolazioni e per un anno completo, è di circa 4.611,64 euro.

Camera di Commercio

Il diritto annuale deve essere verificato in base alla Camera competente e alla sezione di iscrizione.

Imposta sostitutiva

Non è un costo fisso.

Dipende dal reddito imponibile.

Commercialista, banca e software

Non sono costi fiscali fissi.

Dipendono dai servizi scelti.

Errori da evitare con il codice ATECO 47.91.10

Il primo errore è utilizzare il 47.91.10 automaticamente perché si vende online.

Nel 2026 non è più corretto.

Il secondo è considerare l’intero importo INPS come una percentuale del fatturato.

Per commercianti e artigiani esiste infatti un sistema con contribuzione minima e contribuzione aggiuntiva sull’eventuale reddito eccedente.

Il terzo è calcolare l’imposta sostitutiva direttamente sul fatturato.

Nel regime forfettario bisogna prima applicare il coefficiente di redditività e successivamente considerare i contributi previdenziali deducibili.

Il quarto errore è pensare che il 5% sia automaticamente applicabile a qualsiasi nuova Partita IVA.

L’aliquota ridotta è prevista soltanto quando vengono rispettate le specifiche condizioni previste dalla normativa per le nuove attività.

Il quinto è confondere costi della Partita IVA con costi dell’attività.

Hosting, pubblicità, software, commissioni dei marketplace e spedizioni possono essere spese importanti, ma non sono costi fiscali obbligatori uguali per tutti.

ATECO 47.91.10 nel 2026: cosa ricordare

La prima cosa da ricordare è che il codice ATECO 47.91.10 ha cambiato significato.

Oggi identifica l’attività di intermediazione per il commercio al dettaglio non specializzato di articoli di seconda mano e non rappresenta più il codice generico per chi vende prodotti via internet.

Se la tua attività rientra realmente in questa classificazione e comporta l’iscrizione alla Gestione Commercianti, la voce di costo principale è normalmente costituita dai contributi INPS.

Nel 2026 il contributo minimo per un commerciante adulto iscritto per l’intero anno è indicativamente di circa 4.611,64 euro, salvo agevolazioni o situazioni specifiche.

L’imposta sostitutiva del regime forfettario, invece, non è un costo fisso: viene determinata sulla base del reddito forfettario e dei contributi previdenziali deducibili.

Prima di aprire la Partita IVA è quindi fondamentale verificare correttamente:

attività svolta → codice ATECO → inquadramento previdenziale → coefficiente di redditività → costi annuali.

Partire dal codice sbagliato può significare fare simulazioni fiscali e previdenziali che non corrispondono alla propria attività reale.

Domande frequenti

Il codice ATECO 47.91.10 è ancora quello dell’e-commerce?

No. Dal passaggio ad ATECO 2025 il 47.91.10 identifica l’intermediazione per il commercio al dettaglio non specializzato di articoli di seconda mano. Per la vendita online di prodotti propri il codice viene oggi individuato principalmente in base ai beni commercializzati.

Quanto costa all’anno l’INPS con ATECO 47.91.10?

Se l’attività comporta l’iscrizione alla Gestione Commercianti, nel 2026 il contributo minimo per un titolare adulto iscritto per l’intero anno è indicativamente di circa 4.611,64 euro, salvo riduzioni e casi particolari.

Devo pagare l’INPS se fatturo zero?

In linea generale, per chi rimane iscritto alla Gestione Commercianti, il contributo minimo è dovuto anche in presenza di reddito inferiore al minimale.

Posso chiedere la riduzione INPS del 35%?

I contribuenti forfettari iscritti alle Gestioni Artigiani e Commercianti possono accedere, in presenza dei requisiti e attraverso l’apposita procedura, al regime previdenziale agevolato che prevede una riduzione del 35% della contribuzione.

Nel 2026 posso chiedere la riduzione INPS del 50% per nuove attività?

La specifica agevolazione del 50% introdotta dalla Legge di Bilancio 2025 riguarda chi ha avviato l’attività ed effettuato la prima iscrizione alla Gestione Artigiani o Commercianti nel corso del 2025. Il beneficio dura 36 mesi per chi ne possiede i requisiti.

Qual è il coefficiente di redditività?

Per le attività commerciali interessate il riferimento utilizzato ai fini del forfettario è generalmente il 40%. In seguito all’introduzione di ATECO 2025, il legislatore ha disposto temporaneamente la prosecuzione dell’utilizzo dei coefficienti collegati alla precedente classificazione fino all’approvazione dei nuovi coefficienti.

Il commercialista è obbligatorio?

No, non esiste un obbligo generale di affidarsi a un commercialista per il solo fatto di essere in regime forfettario. È però necessario rispettare correttamente tutti gli adempimenti fiscali, previdenziali e amministrativi previsti per l’attività.

Se avevo il vecchio 47.91.10 devo cambiare codice?

Bisogna verificare la riclassificazione ATECO 2025 risultante dalla propria posizione e dalla visura camerale. Non è consigliabile scegliere autonomamente un nuovo codice semplicemente confrontando le descrizioni, perché la corretta classificazione dipende dall’attività realmente esercitata.

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